31 agosto
ore 17.30 - Convegno 'Uomini e Bande'
ore 22,00 - Documentario:
Daniele Trevisi
'THE GANG: LE BANDE MUSICALI IN PUGLIA'
Videoproiezione: “Alberobello onora i caduti per la Patria con un monumento”
ore 21,00 - Orchestra di Fiati 'Città di Cisternino'
Ciro Quaranta 'Le bande da giro pugliesi'
1 settembre
ore 22,00 - Ginevra di Marco 'un progetto di Stazioni Lunari'
(Italia)
ore 20,30 - 'Memorie di Jules Dassin'
Testimonianze:
Angelo Amoroso D'aragona
Antonio Infantino
2 settembre, ore 22,00 - Simon Harris and The Bright Size Gypsies
(UK)
3 settembre, ore 22,00 - Ba Cissoko
(Nuova Guinea)
4 settembre
ore 21,00 - Documentario:
LA VOCE STRATOS
Regia: Luciano D’Onofrio e Monica Affatato
ore 22,00 - Nobraino
(Italia)
5 settembre, ore 22,00 - Cleveland Watkiss Quintet feat Antonio Figura
Renato D'Aiello - Shaney Forbes
(Italia - UK)
Progetto 'Les Piratesse' parole, immagini e installazioni di 'Guerriglia Lettrista'
Il testo 'Never on Sunday'
1 settembre
testimonianze: Angelo Amoroso d'aragona
memorie di jules dassin


Videoproiezione di un'intervista inedita a Jules Dassin, dall'archivio del Festival del Cinema Europeo di Lecce

Venti di cinema libero e onde sonore libertarie
Estate 2005. Sponsor il Vento del Cinema. Dovevamo giungere ad Atene per incontrare il Presidente della Fondazione Mercouri, che si batte per il ritorno, dal British Museum in Grecia, dei Marmi del Partenone. Ci saremmo trovati di fronte ad un signore molto anziano e dall’aria aristocratica: Jules Dassin, classe 1911, regista di film che fanno ancora scuola, come “The Naked City” (1948), o “Rififi” (1955) pellicola che darà vita al genere Polar in Francia, o ancora “Topkapi” (1964). La storia di questo regista, un pò dimenticato, affonda nell’America di Roosevelt e dei primi passi dell’Actor’s Studio. Esordisce con il documentarismo sociale e in realtà non tradirà mai questo sguardo “crudo”, tanto che, per la crudezza delle sue storie di malavita, Dassin nel dopoguerra dovrà fuggire da un’America imbarbarita dalla Guerra Fredda, l’America della caccia alle streghe maccartista. Una caccia al comunista che oggi si scopre essere stata una vendetta antisemita contro un’industria che vedeva gli ebrei in ruolo dominante: quella di Hollywood. A denunciare l’ebreo Dassin, era stato un suo compagno dell’Actor Studio, un grande regista proveniente dall’Oriente europeo: Elia Kazan. Il quale non si pentirà mai della sua scelta patriottica e anticomunista. Di origine armena, dedicherà uno dei suoi film più belli a quelle radici che vorrà lasciare lontane: “America America” (1963). Jules Dassin, invece, proviene da una famiglia di ebrei ucraini ed è già pienamente naturalizzato negli USA ma, dopo l’esilio, scoprirà proprio nel Mediterraneo le sue nuove radici. Un doppio percorso, umano, artistico, politico, addirittura quasi geografico, opposto, l’uno contrario all’altro. Ma torniamo all’esilio. Non protetto da alcuna rete perché non iscritto a nessun Partito, Jules Dassin proverà a lavorare prima in Inghilterra, poi in Francia e infine anche in Italia. In Puglia, a Carpino, nel 1958 gira “La Legge” con un bravissimo Paolo Stoppa, il divo Yves Montand, una non gradita aspirante diva, Gina Lollobrigida e Melina Mercuri, conosciuta l’anno prima in Grecia sul set di “Celui qui doit mourir” dal romanzo di Kazantzakis. Ancora un primato per Dassin: un romanzo di Kazantzakis è per la prima volta adattato per lo schermo ma altri ne seguiranno, come “Alexis Zorba” con il mitico Anthony Quinn e il famoso tema musicale del Sirtaki.
Un amore, quello per la Mercouri, che nasce dunque sul set ma che riporta Dassin all’impegno politico, forse mai come prima. Nel 1968 torna al documentarismo, per Israele, dove gira “Hamilchama al hashalom” (1967), in Italia ancora inedito. Innamorato della Mercouri e dell’idea di una centralità del mondo greco antico, Jules Dassin sposa sia l’attrice, nel 1966, sia la causa della lotta al regime dei Colonnelli in Grecia, subendo con lei un secondo esilio in Francia. Con l’opera geniale “The Rehearsal” (1974) Dassin torna negli USA insieme alla moglie per mobilitare l’opinione pubblica democratica americana contro i Colonnelli. Quante storie dietro questo signore americano che dà battaglia perché i Marmi del Partenone ritornino nell’Acropoli di Atene. Ha fatto costruire un padiglione vuoto in attesa di poterli ospitare e dedica a questa battaglia tutta la sua vita ormai novantenne. Le statue dal British Museum non sono mai partite e nemmeno noi raggiungemmo più l’anziano regista. Il medico ci proibì di intervistare Dassin ormai gravemente malato e con una memoria compromessa. La RAI non volle mantenere il progetto senza la sua testimonianza diretta e i traghetti per la Grecia sono continuati a partire ma senza la nostra troupe. Nel 2008 Dassin è venuto a mancare. Dopo la morte della moglie, avvenuta tredici anni prima, Jules aveva creato e diretto la Fondazione Melina Mercouri dedicandovi tutta la sua vita. La memoria di lei in Grecia era ed è vivissima, protagonista della lotta politica contro i Colonnelli, primo Ministro della Cultura della Grecia democratica, la prima a chiedere alla Gran Bretagna la restituzione dei Marmi del Partenone. Con lei continuerà a girare qualche film in Grecia, meno conosciuti ma non meno importanti, come la Medea “Kravgi gynaikon” (A dream of passion) del 1978. Ma con lei Dassin aveva interpretato una delle più divertenti pellicole di autorappresentazione, “Never on Sunday” (1960): se stesso nel ruolo dell’intellettuale americano e la Mercouri nel ruolo “rivoluzionario” di una prostituta che si sceglie i clienti ma non lo fa mai di domenica. Un film ancora giovane. Ancora una volta un film che mette in moto un processo, un nuovo vento del cinema. Inno della liberazione sessuale, dette infatti l’avvio al successo internazionale di musicisti quali Manos Hadjidakis e Mikis Theodorakis, autore per l’appunto, nel 1964, del famoso Sirtaki “il ballo di Zorba” di cui sopra e che senza Dassin forse non ci sarebbe stato. Sono questi musicisti, grazie a questi film, che lavorarono sui temi della musica popolare greca per trasformarla in un’onda sonora che caratterizzerà gran parte della musica pop degli anni 60 e a cui, oggi, PietrecheCantano dedica giustamente questa edizione del Festival in Valle d’Itria.

Angelo Amoroso D’Aragona